Percorsi di labirinto - recensioni e note
Recensione di Giuseppe Saja
Dell’architettura complessiva di Percorsi di Labirinto, quasi un prosimetro per il suo alternare versi e pagine narrative, nulla dirò; così come non accennerò ai temi di fondo che tramano il libro: dovrei ripetere quello che succintamente, ma con rara efficacia, ha scritto Piero Longo nella Prefazione. Solo vorrei brevemente indicare alcune sollecitazione, alcuni motivi ricorrenti che fanno di questa raccolta un sofferto riflettere non solo sull’esistenza tout court; bensì sulla nostra spesso indecifrabile e contraddittoria contemporaneità, che sembra aver perso per Fucarino non solo la gravitas e la dignitas, ma anche, sostanzialmente, la pietas; quella pietas che spesso la nostra società ipocritamente riserva a tutti gli esseri viventi tranne che a quelli umani. Da tale amara, ma purtroppo veritiera considerazione, nascono le prose Accidens, matar para comer, O no matar para comer, Salvate tutti i cani del mondo nello zoo domestico e il testo poetico Ode al cormorano, la cui accesa virulenza, il cui radicale livore si giustificano con l’impossibilità, secondo l’autore, di conciliare lo sdegno per gli atroci delitti degli uomini verso i loro simili con l’offensiva sensibilità mostrata verso essere sì indifesi; ma, come si diceva, non umani. Una riflessione certo provocatoria; ma che non manca di scoprire quel fondo di falsità che ai nostri giorni presiede ai rapporti interpersonali o interstatali o intercontinentali: si è radicalizzato quell’egoismo che ci fa vivere, per utilizzare una metafora cara allo scrittore Federigo Tozzi, ‘con gli occhi chiusi’ anche nei confronti degli altri, irretiti come siamo nei personali egoismi e nei nostri talvolta troppo miseri interessi: è quella piaga, prima di tutto sociale, che non ci fa comprendere il dolore altrui, quell’indifferenza per le ambasce di chi ci sta accanto che nasce, avrebbe detto ancora Tozzi (tra i nostri più grandi autori del Novecento) dall’egoismo appunto, definito, commentando un passo di Santa Caterina da Siena, “L’origine di ogni male”. E proprio in una lettera della Santa, antologizzata dal narratore toscano, si legge una definizione dell’egoismo che Fucarino, crediamo, per i contenuti del suo libro, non può non sottoscrivere: « Dall’amor proprio procede ogni male. Onde vengono le ingiustizie e tutti li altri difetti? dall’amore proprio. Egli commette ingiustizia contra Dio, contra sé, e contra al prossimo suo, e contra la santa Chiesa». Allora, se ‘dall’amor proprio’ nasce ogni male, anche da quello che mette avanti i presunti ‘interessi’ di uno Stato nei confronti di altri, non possono che derivarne, come conseguenti corollari, i tanti dolori personali e planetari della vita di tutti i giorni e della Storia. Ed è indicativo che il volume di Fucarino si apra, dopo un testo dedicatorio, con una delle più sorvegliate poesie della raccolta quanto a misura e intensità, E la colomba bianca, in cui prende corpo, anche a futura memoria, il ricordo abbrividente dei campi di concentramento con il loro carico di insensata disumanità: «[…]/ Eppure furono/un tempo i giorni del furore/quando la tua pelle divenne/paralume,/giorni bui di urla e terrore./Provasti il vortice/dell’annegamento,/i gridi osceni della notte/che tagliavano vite/ di madri e di figli/di fratelli e sorelle/di nonni e nipoti/le putride tenebre/nella fogna dei carri merci/sfriggenti nella notte/l’ebbrezza del gas/per il bagno risanatore/la nausea/dalle ciminiere sempre fumanti/[…]». La conoscenza, se non l’esperienza, dell’orribile strazio dei campi di concentramento porta l’autore a sentire anche su di sé il male del mondo, il peso di colpe ataviche che quasi costringono il Nostro a chiedere perdono per le ferite inferte alla natura in quella stagione della sua, nostra, esistenza (l’infanzia, la prima adolescenza), in cui la crudeltà, sia pure veniale, appare, a distanza di anni, incomprensibilmente gratuita. E dunque, nel testo poetico E basta il perdono?, Fucarino con spirito religioso, ma di una religiosità della natura e nel contempo intrisa di spiritualità francescana, scioglie nella strofa finale l’apparente ingenuità del dettato (si tratterebbe comunque di un’ingenuità quasi ‘evangelica’) nell’estrinsecazione immediata del rimorso per il male, piccolo o grande che sia, causato: «[…]/ La coscienza mi opprime/di tante pene donate/nei giorni che furono,/in quelli recenti./». L’ultima parte del volume è modulata soprattutto su spartiti di ricordi, in cui emerge, si veda il testo Trittico per il padre, l’ansia di riappropriarsi di un mondo perduto e di accendere, mallevadore appunto il padre, l’interruttore di una memoria spesso involontaria e di reminiscenze in cui talvolta il topos della differenza tra realtà rurali o minimamente urbane e città viene rivissuto con originale partecipazione: «[…]/Ora so, padre mio,/che restavano ancora da insegnarmi/dei tuoi anni ottantasette/altri millenni di sapienza./Chi potrà dirmi/del canto dell’allodola/dimenticato tra i sordi rumori/della città che mi è ostile ed estranea,/delle falci di luna/ che promettono pioggia,/dei brividi del cielo/che sparge perle di rugiada/su frasche riarse/e su sonnacchiose corolle/». Sembra accamparsi una memoria idillica; ma di un idillio drammaticamente moderno; consapevole cioè che della millenaria civiltà contadina rimangano poco più che ‘reperti’; ma consapevole altresì che non ci possa essere vero progresso senza radici: senza quel fittone, cioè, che solo rende tetragono ogni incremento, ogni cambiamento. Dunque, Percorsi di labirinto, che felicemente rivela la lunga frequentazione di Fucarino degli autori dell’antichità classica e della tradizione letteraria europea, ci dice del nostro terreno affaticarci, tra salute e malattia, gioie e dolori, speranze e delusioni, per sentieri spesso intricati in cui, come diceva Frost, «Divergevano due strade in un bosco». Anche Fucarino, come il poeta statunitense, come chi non è irretito in logiche grettamente utilitaristiche, ha spesso preso la strada meno battuta e, allo stesso modo che in Frost, «qui tutta la differenza ne è venuta».


